Il futuro della lettura?

Forse non diventarà mai un successo e si, è decisamente bruttino, però l’ebook reader di Amazon ha un modello di business che può funzionare. Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon, è stato chiaro: “This isn’t a device, it’s a service”.
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Kindle image via Engadget
Costerà 399$ (poco meno di 273€ al cambio attuale) ed ogni libro appena uscito costerà $9.99. Considerando il prezzo attuale dei libri si tratta di un risparmio significativo senza contare il vantaggio di avere il libro scaricato (attraverso la connessione wifi dell’oggetto) nel momento immediatamente successivo all’acquisto e non decine di giorni dopo come accade ora con le spedizioni postali da Amazon.com o uk.
Pesa 292 grammi circa, avrà un’autonomia di 30 ore di lettura per ogni ricarica e potrà contenere circa 200 libri.
Ovviamente tutto dipenderà dalla qualità della lettura che questo oggetto sarà in grado di garantire attraverso la tecnologia E Ink.
Non resta che aspettare qualche ora per leggere le prime recensioni.
UPDATE E’ in corso la conferenza stampa di lancio di Kindle e scopro con sorpresa che 9.99 non è il prezzo per qualsiasi libro ma solo per alcuni. Molti dei libri che mi interessano costano poco meno che nella versione cartacea. Potete controllare voi stessi.

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Sul concetto di pollo

Flickr sta per lanciare una nuova funzionalità chiamata Places (descrizione su O’Reilly Radar).

Places creerà una pagina relativa ad ogni luogo e consentirà quindi di interrogare in un modo del tutto innovativo l’enorme database di fotografie georeferenziate di Flickr (1,38 Miliardi di foto).

Detto così sembra una simpatica nuova funzionalità tecnica.

Guardate però questi due screenshot e Places aquisterà tutto un altro significato.

polli

Ecco invece un analogo esempio sul concetto di bello (usando il tag beautiful).

Prevendo una nuova release di Eyes on Europe appena Places sarà rilasciato.

Un learning object per creare learning object

È più o meno questo l’obiettivo del progetto biennale Taccle (Teachers’ Aids on Creating Content for Learning Environments) nel quale sono coinvolto come rappresentante del centro di ricerca e sviluppo sull’eLearning di uniurb.
Nello specifico il progetto prevede la creazione di un libro di circa 150 pagine, di un sito web (nella forma di un wiki) e di un pilot course (4 giorni intorno ad aprile 2009) nel quale i materiali didattici verranno testati.
Il primo meeting si è svolto la scorsa settimana a Bruxelles ed ha già prodotto i primi risultati fra cui l’analisi SWOT del progetto, la definizione dei criteri per l’analisi dei bisogni del target group (docenti), la scaletta del libro, le piattaforme ed i criteri di collaborazione e promozione (Yahoo!Groups, Wikimedia, Joomla, del.icio.us e Moodle per il pilot course).
Vorrei potervi svelare nei dettagli la scaletta del libro (in tutto lo splendore della mindmap realizzata con FreeMind) ma non credo di essere autorizzato a farlo.
Penso però di poter condividere lo schema dei capitoli:

  • Introduction [5 pags]
  • Learning Environments [18 pags]
  • Pedagogical aspects [18 pags]
  • Learning Objects [66 pags]
  • Teaching in a networked space [18 pags]
  • Glossary [3 pags]
  • References [3 pags]

Vi tengo informati sullo sviluppo del progetto. Lo spirito è quello della massima apertura a collaborazioni esterne quindi qualsiasi commento, suggerimento o opportunità di collaborazione è assolutamente benvenuto.

P.S. Jens Vermeersch, responsabile del progetto, ha organizzato un meeting ineccepibile non solo dal punto di vista lavorativo, ma anche da quello sociale. In particolare se passate da Bruxelles e cercate un ristorante non potete perdervi il Viva m‘Boma, il fast food salutista Exki e sopratutto il delizioso Arrière Cuisine.

 

 

New english draft paper: Social semantics in a Networked Space

Grazie all’indispensabile contributo di Chiara sono riuscito a completare la traduzione in inglese del mio articolo sulla semantica della società in uno spazio mediato di rete.
Abstract
During the last few years the Internet has been increasingly used by people as a read-write medium. Thanks to the dropped prices and skills necessary to afford and use technologies aimed to create digital contents, a large amount of people in the world is now able to produce persistent digital information. A large share of this information is today exposed to a mass audience on the Internet. The aim of this paper is to present a vision and few examples of how this large amount of data might be used for sociological research. From the theoretical point of view this kind of researches drawn on the concept of social semantics developed by Niklas Luhmann. Social semantics, once crystallized in books is today also available in online conversations. The networks of interpersonal communications, when computer mediated, becomes observable and, as a consequence, social scientists have access to invaluable new data. Today, the online data have four characteristics that tend to increase even more the sociological value of this conversations. As a matter of fact, the online network of communications is in fact persistent, searchable, replicable and addressed to an invisible audience. Due to these properties online conversations may be analyzed with standard content analysis qualitative or quantitative techniques. The paper will present the theoretical framework for researches based upon the analysis of online conversations.
Keywords: social semantics, web 2.0, Luhmann, user generated content, methodology
Download: Social semantics in a networked space. New perspectives for social sciences
Ogni commento, suggerimento e/o critica è il benvenuto.
Comments and critics are more then welcome!

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Se vuoi vedere, impara ad agire

Oggi ho ricevuto un paio di email da Elisabetta e Maria Chiara (conosciute a York) che mi hanno invitato a scrivere qualche riga (ma massimo 200 parole) sulle mie presunte abilità etiche nel gestire l’identità in rete.
Per abilità etiche loro intendono

such abilities refer to the adoption of a code that governs the expectations of social behaviour within the network society. The possibility of assuming multiple context-dependent and also anonymous identities, calls for the definition of proper solutions for the management of digital identities, the reputation management, the implementation of technological security in communication as well as in the management of contents and relations.

Allora ci provo…
(le 200 parole iniziano dalla prossima riga, quelle di prima non contano!)
La prima cosa che mi viene in mente è che cerco di comportarmi in rete come faccio fuori. L’abilità uno consiste dunque nel comprendere che la rete non è uno spazio dove costruire nuove identità, ma piuttosto uno spazio dove sperimentare ed articolare la propria identità.
Ciascuno di noi può infatti avere sempre e solo una identità: la propria. Le esperienze che possiamo fare in rete fingendoci dell’altro sesso, più giovani o più vecchi, più belli o più brutti retroagiranno sempre sulla nostra identità auto-percepita.
Se da una parte abbiamo questa unitarietà strutturale, dall’altra abbiamo un’ineliminabile molteplicità. Ogni persona con cui entriamo in contatto può farsi un’idea della nostra identità. In questo senso dobbiamo rassegnarci all’evidenza che la nostra identità sarà sempre necessariamente multipla.
Dunque l’abilità numero due è “sappi di essere uno ed accetta di essere molti”.
Infine la terza abilità riguarda specificamente lo spazio di rete. Le tracce che consentono agli altri di farsi un’idea della nostra identità (e quelle che consentono a noi di osservare gli altri) diventano permanenti, replicabili, ricercabili ed esposte ad un pubblico indistinto (Danah Boyd). Bisogna essere consapevoli dell’azione di queste quattro proprietà per poter gestire al meglio la propria reputazione in rete.
(fine delle 200 parole)
Mi rendo conto che 200 parole non sono sufficienti per parlare di un tema così straordinariamente affascinante. Vorrà dire che mi rifarò durante la cena corredata da buon vino che mi è stata promessa 😉

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Rheingold: "Habermas? Non ha capito Internet"

Sembra che Habermas abbia fatto veramente arrabbiare Howard Rheingold rifiutandosi nel corso di una lezione a Stanford di rispondere ad una sua domanda sullo stato della sfera pubblica dopo, per usare le parole dell’autore di Virtual Community, il tramonto dell’era dei media broadcast e l’arrivo dei media many-to-many che consentono a così tante persone di usare Internet come un mezzo di espressione politica.
La storia è raccontata dallo stesso Rheingold in questo post pubblicato oggi sul blog Smart Mobs nel quale si legge fra l’altro che…

The lecture was abstruse analytical philosophy
(…)
He rather inelegantly said that he wouldn’t answer that, and I should perhaps refer to the recent book of interviews with Rorty.
(…)
I think he has invalidated himself. Abstruse philosophical and obscure academic feuds are more important than the future of democracy? He proved to me by his actions that philosophy is rendering itself irrelevant. He was the last bastion for those who feel that philosophy speaks to the real problems of the modern world.
(…)
What I wish Habermas had said, since he clearly does not understand a phenomenon that is central to the applicability of his theory in the 21st century, is “I leave that work to younger scholars, who can build contemporary theories on the foundations of my earlier work about the role of the public sphere in an infosphere dominated by mass media.”

Se Habermas avesse capito Internet risponderebbe a Rheingold dal suo blog.
Peccato che non ne abbia uno.

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Sociologia del web 2.0

Ho finalmente trovato il tempo di leggere l’articolo di David Beer e Roger Burrows (uno degli organizzatori del convegno di York) intitolato “Sociology and, of and in Web 2.0: Some Initial Considerations”.
Ho preso nota di alcuni passi che mi sono sembrati particolarmente interessanti nello spazio tumblr.
Lo scopo dichiarato dell’articolo è quello di mettere in luce come il Web 2.0 sia un fenomeno sociologicamente interessante e al tempo stesso una sfida aperta per chi si occupa di studiare la società.
Il taglio dell’articolo è piuttosto descrittivo e tende ad aprire scenari più che a offire certezze.
In particolare Beer e Burrows identificano almeno tre fenomeni sociologicamente rilevanti in relazione al Web 2.0:

  1. I cambiamenti in corso nel rapporto fra consumo e produzione di contenuti;
  2. La pubblicazione di informazioni private in uno spazio pubblico;
  3. L’emergere di una nuova retorica della “democratizzazione”.

Interessante anche la parte finale nella quale gli autori provano a descrivere come il sociologo dovrebbe indagare questi fenomeni:

First, we need to be inside of the networks, online communities, and collaborative movements to be able to see what is going on and describe it. If we take Facebook for instance, it is not possible to enter into and observe the network without becoming a member, providing an institutional email, entering some personal details and generating a profile. Therefore, in order to get some idea of users and their practices it is necessary to become a ‘wikizen’. The social researcher will need to be immersed, they will need to be participatory, and they will need to ‘get inside’ and make some ‘friends’. We will have to become part of the collaborative cultures of Web 2.0, we will need to build our own profiles, make some flickering friendships, expose our own choices, preferences and views, and make ethical decisions about what we reveal and the information we filter out of these communities and into our findings. Our ability to carry out virtual ethnographies will – by necessity – involve moving from the role of observer to that of participant observer.
(…)
A second issue is that once inside these networks we may explore the possibilities of using Web 2.0 applications, and particularly the interactive potentials of SNS, as research tools or research technologies (this is not necessarily limited to research into Web 2.0, SNS could be used to conduct research on any topic).
(…)
There are possibilities then for tailoring innovative research strategies that take advantage of the interactive potentials of these new media and of the data that they hold. But can we, should we, use it to study itself?
(…)
As sociologists what we may need to do is take a leaf out of the ‘wikizens’ book and adapt to the possibilities of research from within the information flows. Mimicking, in a sense, the desire of wikizens to find out about each other and the connections people make by browsing through SNS. ‘Wikizens’ are already engaged in sociological research of sorts. SNS in particular reveal a sociological tendency in web users as they search and browse through profiles of their fellow ‘wikizens’, reading about them, looking at photographs and so on.
(…)
We may, for instance, begin to place Web 2.0 into broader contexts of celebrity culture – the celebration of the mundane, reality TV, celebrity reality TV, gossip magazines, and the ‘voting out’ cultures of X-factor and any other number of programmes. It is certain that one significant difference between the citizen and the ‘wikizen’ is the value that they place on privacy.
(…)
In terms of conceptualising this change it would seem that Urry’s (2003) recent call for new concepts that better capture the contemporary complexity turn is entirely fitting.

Bellissimo infine l’esempio dell’abusatissimo concetto di flâneur.

On the later we can imagine reworkings of the concept of the flâneur for instance. Here we can visualise the ‘wikizen’ as flâneur, wandering without direction around wikis, folksonomies, mashups and SNS, taking in the surroundings without concern for a final destination. Indeed, recently the flâneur has been re-energised as a concept for understanding the experiences of virtual space – the ‘virtual flâneur’ (Featherstone, 1998), the ‘cyborg’ flâneur (Shields, 2006), and the ‘flâneur electronique’ (Atkinson & Willis, 2007). The problem is that unlike the flâneur wandering around the Paris arcades as described in Benjamin’s 1930s Arcades Project (1999), or even the more recent reworkings of the flâneur wandering around virtual space, the wikizen is instead involved in generating and shaping the environments that they wander through and observe.

Una differenza non da poco tanto che qualche riga dopo gli autori aggiungono…

The point here is that in light of Web 2.0 it is necessary to reconsider how we conceptualise what is happening. The first step may well be to construct more complete and differentiated descriptions of what is happening in Web 2.0, who is involved, and the practices entailed, in order to inform and enrich new concepts or reworkings of our theoretical staples. It is here that a movement toward a more descriptive sociology may fit.

Condivido l’analisi.
Penso solo che questo nuovo e più ricco apparato concettuale esista già.
Si chiama cibernetica di secondo ordine e qualcuno ci ha anche fatto la gentilezza di adattarlo già allo studio della società.

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Euro forte

Ho appena ordinato da Amazon, con la scusa dell’euro forte, i seguenti libri:

La vera storia del coniglio di plastica con le lucine colorate (2/2)

continua da La vera storia del coniglio di plastica con le lucine colorate (1/2)
Quando il coniglio (prontamente battezzato HvF) è arrivato ha subito preso confidenza con l’ambiente e fatto amicizia con i miei colleghi (fra l’altro ha anche voluto passare un fine settimana con una delle mie colleghe rischiando di essere rapito ma questa è un’altra storia)
Nel frattempo il 18 settembre Luca Conti riceve un messaggio da Consolata Lajolo di Violet che descrive e presenta il Nabaztag. Si tratta di uno di quei messaggi generici del tipo leggo con attenzione il suo Blog, bla bla, vi presento il mio prodotto. Luca risponde subito chiedendo di poter provare il coniglio e da Violet rispondono affermativamente. Vista la disponibilità Luca cerca allora di coinvolgere altri blogger nella prova su strada del coniglio e di strappare un affidamento a tempo indeterminato dell’oggetto in questione (o almeno uno sconto sull’acquisto). Ma da Violet questa volta rispondono picche, i Nabaztag, dopo il periodo di prova, devono tornare a casa. Luca ci rimane male più che altro per la scarsa attenzione che Violet mostra verso il passa parola attraverso i blog (ho lo scambio di email che mi ha girato), cerca di spiegare senza successo l’impatto positivo che un omaggio può avere sui blogger, etc. Nulla di fatto.
A questo punto mi faccio passare il contatto poiché ero alla ricerca più o meno disperata di uno sponsor last minute per il Festival dei Blog e dato che il coniglio sarebbe diventato protagonista del Treasure Hunt approfitto per inviare il fantastico documento di descrizione del progetto per gli sponsor e partner. La risposta è di quelle che non lasciano spazio a dubbi. Sono contenti dell’attenzione che gli dedichiamo e ci chiedono se possono mandarci cartoline ed altro materiale promozionale 😮 Uhm… non era proprio quello il mio scopo… dico di si lo stesso e lascio il nostro recapito.
Rimangono da trovare i premi. Il budget disponile di 1000 euro per dieci vincitori è risicatissimo. L’Ipod touch è fuori discussione per tempi di consegna e costo dell’oggetto. Il Nabaztag è anche lui fuori budget. Comprarne uno per la squadra vincitrice del Treasure Hunt non era proprio il massimo. Proviamo a chiedere ad un nostro fornitore uno sconto su altri modelli di Ipod e nel frattempo passo il contatto di Consolata al mio collega Luca che prova un ultimo tentativo. L’email di Luca non l’ho letta ma fatto sta che deve aver fatto breccia nel cuore coniglio di quelli di Violet che ci offrono 10 conigli al prezzo delle boutique (mi pare intorno agli 80 euro circa).
Improvvisamente l’opzione coniglio per tutti torna praticabile e visto il coinvolgimento dell’oggetto wifi nella caccia al tesoro anche particolarmente sensato. Si tratta di un oggetto ambito dai blogger ma comunque poco più di un giocattolo super tecnologico. A pensarci bene era il regalo perfetto.
A circa 10 giorni dall’inizio del Festival avevamo i regali e la caccia al tesoro era, nei limiti del possibile, sotto controllo. Rimaneva la questione dei Blog Awards. Premetto che l’idea di organizzare una premiazione dei migliori blog l’ho sempre considerata balzana fin dall’inizio. Esistono miriadi di metriche più o meno sensate per creare classifiche di blog, ma il metodo di certo più lontano dalle logiche partecipative della rete è quello di far scegliere i blog da premiare ad una giuria di esperti. Per quanto autorevoli e competenti queste persone possano essere, il metodo sarà sempre troppo dall’alto e lontano dalla grammatiche proprie della rete. Pensavo che non avrebbe funzionato e che bene che fosse andata saremmo riusciti a far passare la cosa sufficientemente inosservata da non essere travolti dalla polemiche.
coniglio-meme-small.jpgPensavo così, ma mi sbagliavo. Sottovalutavo infatti il potere del coniglio e di un banner realizzato in cinque minuti (dopo una improvvisata conversazione in Skype Chat con il comitato scientifico) dal mio collega Luca (non Conti ma Rossi) con uno slogan semplice semplice “Regala un Nabaztag al tuo blogger preferito”. Il mandato era chiaro, aumentare il numero di candidature provenienti dalla rete con una campagna di marketing virale basata su un bannerino.
Ma sottovalutavo anche un’altra cosa. In Italia c’è tutto un vasto mondo esterno alle logiche della rete ed immerso fino al midollo nella cultura di massa che mostra un crescente interesse verso il fenomeno dei blog. Ora questo mondo non è in grado di comprendere le logiche auto-organizzative della rete e dei mercati di nicchia. Per loro quello che conta sono le hit (o arrivare uno) e proprio in questa congiuntura astrale favorevole si sono trovati i Blog Awards (il premio è una dinamica comprensibile a chiunque abbia visto il Festival di San Remo almeno una volta in vita sua che si tratti di una canzone, di un blog, di un film o altro).
Da quel giorno in poi ho perso definitivamente il controllo della situazione. Il wiki usato per raccogliere le candidature (alla fine sono state oltre 200) perennemente bloccato in stato di modifica da parte di qualcuno ed in mano ad un pubblico non sempre “a prova di wiki”. I post ovunque da leggere con i relativi commenti, i commenti ricevuti sul blog e quelli da scrivere, le media partnership con Il Cannocchiale e con Radio Veronica e le telefonate dei giornalisti (si si avete presente l’articolo che uscito sul Corriere Magazine? Indovinate chi è la prima persona con cui ha parlato il giornalista?), la pubblicità sui quotidiani più o meno scroccata a Parole in Gioco.
Un crescendo ben rappresentato da questo grafico.
cdb_stats.png
Qui potete invece leggere le reazioni tracciate da Technorati.
Alla fine posso dire che è stato un Festival dei Blog in perfetto stile Conversazioni dal Basso. Questo tipo di conversazioni non esisterebbe infatti se non come differenza rispetto alle conversazioni dall’alto che sono poi quelle dei mezzi di comunicazione di massa. Proporre forme di dialogo fra questi due mondi che obbediscono a logiche che oggi, sopratutto in Italia, sembrano sideralmente distanti è, infondo, da sempre la mission di questa serie di eventi chiamata Conversazioni dal Basso. Una serie di eventi che non finisce ovviamente qui.
Il prossimo appuntamento, posso darlo sin da ora sarà a Pesaro nell’Aprile 2008 ed avrà una caratterizzazione più tradizionalmente scientifica. Ci piacerebbe dedicare l’evento al rapporto fra social media e generazioni perché è un tema che stiamo studiando. Ci piacerebbe organizzare un evento che veda protagonisti giovani ricercatori che studiano a diversi livelli il fenomeno dei blog, dei network sociali e delle culture partecipative. Ci piacerebbe ribaltare la logica dell’evento del workshop seminariale di aprile dove i blogger erano invitati a tenere relazioni e docenti e ricercatori a moderare il dibattito chiedendo al nostro nucleo storico di blogger – magari integrato da qualche nuovo elemento (si accettano candidature) – di moderare il workshop orientando ed organizzando la discussione intorno alle relazioni. Ci piacerebbe avere come ospite Henry Jenkins o Danah Boyd.
Ci piacerebbe… e a voi cosa piacerebbe?

La vera storia del coniglio di plastica con le lucine colorate (1/2)

Noia mortale.
Quella che provo leggendo per l’ennesima volta e sempre da parte della stessa persona insinuazioni sulla storia dei Nabaztag dati in premio ai vincitori del Festival dei Blog.

In sede di analisi, però, io non ignoro che Conti è uno di quegli ahimé strettissimi colli di bottiglia attraverso cui la blogosfera in questa fase si racconta all’esterno; che è l’amico di tutti, onnipresente a tutte le merendecamp; che insegna web2.0 nelle università; che scrive di blog e internet sui giornali; che passa metà dei suoi post a raccontare la sua vita da vincente nella blograce (perennemente in viaggio, pieno di impegni: e giù descrizioni di cocktail, ristoranti, colazioni e camere d’albergo ); che dichiara al tg3 nazionale che i blogger possono arrivare a guadagnare un milione di euro l’anno; che fa parte dei comitati scientifici di premi per blogger organizzati dalle università (premi che poi fatalmente, su decisione degli stessi comitati, si pubblicizzano con campagne buzz e virali – spontanee, per carità, del tutto disinteressate – a favore di un certo gadget tecnologico): ecco, che un personaggio così visibile e innervato nella blogosfera dichiari che d’ora in poi una delle sue attività sarà aiutare un’agenzia di buzz marketing a trovare clienti e, si presume, ad assoldare i blogger per fare campagne pubblicitarie artificialmente virali, io lo vivo con un pizzico di sincera preoccupazione.

Luca Conti se vorrà risponderà nel merito di ciò che lo riguarda
Io invece colgo l’occasione per raccontare qualche dietro le quinte di Conversazioni dal Basso 2 alias il Festival dei Blog.
Che il Nabaztag mi piacesse era fuori di dubbio fin da quando una domenica pomeriggio di settembre acquistai per la modica cifra di sedici euro via Pixmania due paia di orecchie di ricambio per il coniglio robot in questione convinto di aver acquistato due conigli completi di tutto. Correva l’anno 2006 e di Festival dei Blog e credo anche del workshop seminariale Conversazioni dal Basso (tenutosi ad aprile 2007 a Pesaro) ci fosse traccia solo in qualche recondito angolo della mente mia o di qualche mio collega del LaRiCA.
Dopo quell’incauto acquisto gli oggetti (pur dotati di calamite che li rendevano utili per molteplici scopi) finirono per mesi in un cassetto della scrivania di Luca fino a quando circa un anno dopo non mi sono deciso ad acquistare un set completo di coniglio + orecchie. In realtà era mesi che cercavo solo una buona scusa per comprare questo oggetto e la buona scusa, anzi ottima, è venuta dal trio (anzi quartetto per la precisione) genovese al quale avevo nel frattempo chiesto una collaborazione per lo sviluppo degli enigmi e della storia del Treasure Hunt Wireless Game.
Federico ha raccontato bene la cosa in questo post.

I conigli, mi sembra, sono stati parecchio apprezzati. E a questo proposito, avrei due cosette da dire. Prima dell’inizio del festival c’è stata qualche polemica per il premio scelto. In pratica, qualcuno diceva, la manifestazione sarebbe stata un grosso marchettone per la ditta produttrice di Nabaztag.
Avendo lavorato allo sviluppo della caccia al tesoro posso garantire che invece tutto è nato per puro caso: in pratica, una sera, ci siamo trovati a casa di RedPill con i due gonzi, per fare un po’ di brainstorming sul gioco. Mentre pensavamo a come strutturare la storia, il coniglio pronuncia una delle sue frasi inquietanti.
E Mescaline propone di farlo diventare parte della caccia. Un coniglio informatore. Ottima idea, pensiamo.

Ecco, è nato tutto da lì, altro che marchettone.

Quando Mescaline mi ha raccontato l’idea in Skype non ha fatto in tempo a finire la frase che avevo già ordinato il mio coniglio. Come si poteva usare il coniglio come informatore senza averne uno? Non mi sarebbe mai capitata una scusa migliore…
(to be continued)