What's next #4: Dietro le quinte di "conversazioni dal basso"

Nelle puntante precedenti di “Conversazioni dal Basso”….
In occasione del secondo compleanno del Festival dei Blog facciamo il punto su successi e fallimenti di un format sperimentale per l’organizzazione di eventi su e con il web.Nelle puntante precedenti di “Conversazioni dal Basso”….
In occasione del secondo compleanno del Festival dei Blog facciamo il punto su successi e fallimenti di un format sperimentale per l’organizzazione di eventi su e con il web.Nelle puntante precedenti di “Conversazioni dal Basso”….
In occasione del secondo compleanno del Festival dei Blog facciamo il punto su successi e fallimenti di un format sperimentale per l’organizzazione di eventi su e con il web.

A raccontarla oggi sembra quasi un’idea scontata. Organizzare in un contesto accademico un evento sui blog con protagonisti i blogger.
L’idea ci è balenata nella mente sul finire del 2006 durante una delle sessioni di procrastinazione strutturata che organizziamo periodicamente al LaRiCA.
Subito dopo è venuto fuori il nome “Conversazioni dal Basso”. Una sorta di traduzione creativa dell’aggettivo inglese grassroots diventato popolare in associazione con il termine journalism grazie a We the Media.
Poco dopo ci sono arrivate delle proposte di logo.
Fin dall’inizio è stato chiaro che “Conversazioni dal Basso” non avrebbe dovuto semplicemente parlare di blog e social media ma che avrebbe invece dovuto farlo secondo le logiche stesse della cultura partecipativa.
Per questo abbiamo realizzato un blog per raccontare l’evento ma anche un wiki per promuovere la forma di collaborazione più aperta e destrutturata possibile.
Solo in questo modo sarebbe stato qualcosa di più di una semplice conferenza, qualcosa di più di una mera vetrina per i nostri studi sui media sociali.
Certo doveva essere anche questo, ma al tempo stesso rappresentare un laboratorio per studiare quei processi vivendoli da protagonisti e non da semplici spettatori.
Si perché contrariamente alla tradizione dell’oggettività scientifica, esistono fenomeni che non possono essere compresi se non si è disposti ad entrare nel fenomeno stesso vivendolo dall’interno (si veda il bel pezzo Brave New World of Digital Intimacy sul New York Times).
Ad un certo punto il nostro background sociocibernetico di studi sui sistemi sociali, complessità e logiche dell’osservazione di secondo ordine, la prospettiva dell’AcaFan di cui parla Henry Jenkins, il coordinamento di comunità online finalizzate ad uno scopo ed i fenomeni che volevamo studiare stavano convergendo tutti verso un’unica prospettiva alla luce della quale il tempo dedicato ad organizzare un evento o – come si sarebbe rivelato in seguito – una serie di eventi, poteva essere considerato, anche da una prospettiva di ricerca, ben speso.
Prima abbiamo sperimentato il coinvolgimento dei blogger organizzando un workshop dove sarebbero stati protagonisti e co-organizzatori e non semplici comparse. Poi abbiamo deciso di allargare ancora di più la nostra comunità includendo alcuni nostri studenti ed un numero ancora più vasto di blogger.
Sono nati così il primo ed secondo workshop (dedicato alla politica) “Conversazioni dal Basso” ed il primo Festival dei Blog a Urbino.
Nel tempo il gruppo di volontari che co-organizzano attivamente gli eventi è cresciuto da una decina a circa trenta persone e al tempo stesso abbiamo iniziato ad usare un numero di strumenti web sempre più vasto ed eterogeneo.
Per la collaborazione stiamo usando il Basecamp di 37signals, per la condivisione di file drop.io, per la promozione gli eventi di Facebook, per le dirette web UStream, per le iscrizioni il bellissimo EventBrite, per i video un canale di YouTube. Questo senza considerare le quasi mille foto etichettate “conversazionidalbasso” su Flickr.
Ovviamente portare le logiche di apertura e dell’auto-organizzazione nell’ambito di una struttura spesso gerarchica e chiusa come l’accademia (non che altre organizzazioni che abbia visto in Italia lo siano meno) non è stato facile e non lo è tuttora. Conciliare la creatività ed i ritmi lavorativi di un gruppo di digital natives (fra l’altro volontari) con l’esigenza di promuovere delicatissime quanto necessarie forme di collaborazione intra ed inter-universitarie è un lavoro stimolante ma non facile.
In questo senso il Festival dei Blog di Urbino è molto diverso dalla Blog Fest di Riva del Garda (lo dico anche a beneficio della giornalista di Italia 1 che mi ha telefonato circa un mese fa).
Nessuno di noi è un professionista dell’organizzazione di eventi, il budget complessivo del Festival dei Blog ’07 è stato di molto inferiore a 10.000 euro e quello di quest’anno, grazie agli sponsor e alle donazioni dei singoli, non graverà che in piccolissima parte sulle tasche dell’istituzione che organizza l’evento.
Ovviamente nè io nè altri miei colleghi guadagna un euro dagli eventi “Conversazioni dal Basso”.
Però in esperienza, conoscenza di persone smart e visibilità abbiamo guadagnato nel corso di questi anni una cifra inestimabile.
Parte di questa cifra proviamo a restituirla alla comunità cercando con impegno di organizzare ogni anno eventi più interessanti, divertenti ed innovativi.
Fare la stessa cosa due volte non ci piace.
Ecco perchè nonostante il Treasure Hunt Wireless Game di ottobre 2007 sia stato molto divertente, abbiamo deciso di rilanciare con i Giochi Olimpici dei Blogger.
Ecco perchè abbiamo pensato di ospitare la prima Girl Geek Dinner non metropolitana affidandone l’organizzazione all’entusiasmo di quattro giovanissime ragazze geek.
Ecco perchè abbiamo proposto ad un gruppo di studenti di organizzare in completa autonomia il concorso fotografico “Living in a Wireless Campus”.
Ecco perché abbiamo deciso di sperimentare un format di BarCamp Accademico che fa della contraddizione fra questi due termini la sua stessa ragione di esistenza e nel farlo condensa simbolicamente in sè stesso lo spirito delle “Conversazioni dal Basso”.
Anche quest’anno sono sicuro che mi stancherò e mi divertirò.
Ci vediamo li?
P.S. Se stai leggendo questo articolo e sei una “blogstar” di quelle che vivono raccontando alle aziende le potenzialità della cultura partecipativa e del web, questo è il tuo momento per restituire qualcosa alla comunità. Partecipa e diffondi la campagna di auto-finanziamento 🙂
CROWD FUNDING: Acquista un “Supporters Ticket” a donazione libera ed aiutaci a finanziare l’Academic BarCamp. Bastano anche solo 5 €.

A raccontarla oggi sembra quasi un’idea scontata. Organizzare in un contesto accademico un evento sui blog con protagonisti i blogger.

L’idea ci è balenata nella mente sul finire del 2006 durante una delle sessioni di procrastinazione strutturata che organizziamo periodicamente al LaRiCA.

Subito dopo è venuto fuori il nome “Conversazioni dal Basso”. Una sorta di traduzione creativa dell’aggettivo inglese grassroots diventato popolare in associazione con il termine journalism grazie a We the Media.

Poco dopo ci sono arrivate delle proposte di logo.

Fin dall’inizio è stato chiaro che “Conversazioni dal Basso” non avrebbe dovuto semplicemente parlare di blog e social media ma che avrebbe invece dovuto farlo secondo le logiche stesse della cultura partecipativa.

Per questo abbiamo realizzato un blog per raccontare l’evento ma anche un wiki per promuovere la forma di collaborazione più aperta e destrutturata possibile.

Solo in questo modo sarebbe stato qualcosa di più di una semplice conferenza, qualcosa di più di una mera vetrina per i nostri studi sui media sociali.

Certo doveva essere anche questo, ma al tempo stesso rappresentare un laboratorio per studiare quei processi vivendoli da protagonisti e non da semplici spettatori.

Si perché contrariamente alla tradizione dell’oggettività scientifica, esistono fenomeni che non possono essere compresi se non si è disposti ad entrare nel fenomeno stesso vivendolo dall’interno (si veda il bel pezzo Brave New World of Digital Intimacy sul New York Times).

Ad un certo punto il nostro background sociocibernetico di studi sui sistemi sociali, complessità e logiche dell’osservazione di secondo ordine, la prospettiva dell’AcaFan di cui parla Henry Jenkins, il coordinamento di comunità online finalizzate ad uno scopo ed i fenomeni che volevamo studiare stavano convergendo tutti verso un’unica prospettiva alla luce della quale il tempo dedicato ad organizzare un evento o – come si sarebbe rivelato in seguito – una serie di eventi, poteva essere considerato, anche da una prospettiva di ricerca, ben speso.

Prima abbiamo sperimentato il coinvolgimento dei blogger organizzando un workshop dove sarebbero stati protagonisti e co-organizzatori e non semplici comparse. Poi abbiamo deciso di allargare ancora di più la nostra comunità includendo alcuni nostri studenti ed un numero ancora più vasto di blogger.

Sono nati così il primo ed secondo workshop (dedicato alla politica) “Conversazioni dal Basso” ed il primo Festival dei Blog a Urbino.

Nel tempo il gruppo di volontari che co-organizzano attivamente gli eventi è cresciuto da una decina a circa trenta persone e al tempo stesso abbiamo iniziato ad usare un numero di strumenti web sempre più vasto ed eterogeneo.

Per la collaborazione stiamo usando il Basecamp di 37signals, per la condivisione di file drop.io, per la promozione gli eventi di Facebook, per le dirette web UStream, per le iscrizioni il bellissimo EventBrite, per i video un canale di YouTube. Questo senza considerare le quasi mille foto etichettate “conversazionidalbasso” su Flickr.

Ovviamente portare le logiche di apertura e dell’auto-organizzazione nell’ambito di una struttura spesso gerarchica e chiusa come l’accademia (non che altre organizzazioni che abbia visto in Italia lo siano meno) non è stato facile e non lo è tuttora. Conciliare la creatività ed i ritmi lavorativi di un gruppo di digital natives (fra l’altro volontari) con l’esigenza di promuovere delicatissime quanto necessarie forme di collaborazione intra ed inter-universitarie è un lavoro stimolante ma non facile.

In questo senso il Festival dei Blog di Urbino è molto diverso dalla Blog Fest di Riva del Garda (lo dico anche a beneficio della giornalista di Italia 1 che mi ha telefonato circa un mese fa).

Nessuno di noi è un professionista dell’organizzazione di eventi, il budget complessivo del Festival dei Blog ’07 è stato di molto inferiore a 10.000 euro e quello di quest’anno, grazie agli sponsor e alle donazioni dei singoli, non graverà che in piccolissima parte sulle tasche dell’istituzione che organizza l’evento.

Ovviamente nè io nè altri miei colleghi guadagna un euro dagli eventi “Conversazioni dal Basso”.

Però in esperienza, conoscenza di persone smart e visibilità abbiamo guadagnato nel corso di questi anni una cifra inestimabile.

Parte di questa cifra proviamo a restituirla alla comunità cercando con impegno di organizzare ogni anno eventi più interessanti, divertenti ed innovativi.

Fare la stessa cosa due volte non ci piace.

Ecco perchè nonostante il Treasure Hunt Wireless Game di ottobre 2007 sia stato molto divertente, abbiamo deciso di rilanciare con i Giochi Olimpici dei Blogger.

Ecco perchè abbiamo pensato di ospitare la prima Girl Geek Dinner non metropolitana affidandone l’organizzazione all’entusiasmo di quattro giovanissime ragazze geek.

Ecco perchè abbiamo proposto ad un gruppo di studenti di organizzare in completa autonomia il concorso fotografico “Living in a Wireless Campus”.

Ecco perché abbiamo deciso di sperimentare un format di BarCamp Accademico che fa della contraddizione fra questi due termini la sua stessa ragione di esistenza e nel farlo condensa simbolicamente in sè stesso lo spirito delle “Conversazioni dal Basso”.

Anche quest’anno sono sicuro che mi stancherò e mi divertirò.

Ci vediamo li?

P.S. Se stai leggendo questo articolo e sei una “blogstar” di quelle che vivono raccontando alle aziende le potenzialità della cultura partecipativa e del web, questo è il tuo momento per restituire qualcosa alla comunità. Partecipa e diffondi la campagna di auto-finanziamento 🙂

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A raccontarla oggi sembra quasi un’idea scontata. Organizzare in un contesto accademico un evento sui blog con protagonisti i blogger.

L’idea ci è balenata nella mente sul finire del 2006 durante una delle sessioni di procrastinazione strutturata che organizziamo periodicamente al LaRiCA.

Subito dopo è venuto fuori il nome “Conversazioni dal Basso”. Una sorta di traduzione creativa dell’aggettivo inglese grassroots diventato popolare in associazione con il termine journalism grazie a We the Media.

Poco dopo ci sono arrivate delle proposte di logo.

Fin dall’inizio è stato chiaro che “Conversazioni dal Basso” non avrebbe dovuto semplicemente parlare di blog e social media ma che avrebbe invece dovuto farlo secondo le logiche stesse della cultura partecipativa.

Per questo abbiamo realizzato un blog per raccontare l’evento ma anche un wiki per promuovere la forma di collaborazione più aperta e destrutturata possibile.

Solo in questo modo sarebbe stato qualcosa di più di una semplice conferenza, qualcosa di più di una mera vetrina per i nostri studi sui media sociali.

Certo doveva essere anche questo, ma al tempo stesso rappresentare un laboratorio per studiare quei processi vivendoli da protagonisti e non da semplici spettatori.

Si perché contrariamente alla tradizione dell’oggettività scientifica, esistono fenomeni che non possono essere compresi se non si è disposti ad entrare nel fenomeno stesso vivendolo dall’interno (si veda il bel pezzo Brave New World of Digital Intimacy sul New York Times).

Ad un certo punto il nostro background sociocibernetico di studi sui sistemi sociali, complessità e logiche dell’osservazione di secondo ordine, la prospettiva dell’AcaFan di cui parla Henry Jenkins, il coordinamento di comunità online finalizzate ad uno scopo ed i fenomeni che volevamo studiare stavano convergendo tutti verso un’unica prospettiva alla luce della quale il tempo dedicato ad organizzare un evento o – come si sarebbe rivelato in seguito – una serie di eventi, poteva essere considerato, anche da una prospettiva di ricerca, ben speso.

Prima abbiamo sperimentato il coinvolgimento dei blogger organizzando un workshop dove sarebbero stati protagonisti e co-organizzatori e non semplici comparse. Poi abbiamo deciso di allargare ancora di più la nostra comunità includendo alcuni nostri studenti ed un numero ancora più vasto di blogger.

Sono nati così il primo ed secondo workshop (dedicato alla politica) “Conversazioni dal Basso” ed il primo Festival dei Blog a Urbino.

Nel tempo il gruppo di volontari che co-organizzano attivamente gli eventi è cresciuto da una decina a circa trenta persone e al tempo stesso abbiamo iniziato ad usare un numero di strumenti web sempre più vasto ed eterogeneo.

Per la collaborazione stiamo usando il Basecamp di 37signals, per la condivisione di file drop.io, per la promozione gli eventi di Facebook, per le dirette web UStream, per le iscrizioni il bellissimo EventBrite, per i video un canale di YouTube. Questo senza considerare le quasi mille foto etichettate “conversazionidalbasso” su Flickr.

Ovviamente portare le logiche di apertura e dell’auto-organizzazione nell’ambito di una struttura spesso gerarchica e chiusa come l’accademia (non che altre organizzazioni che abbia visto in Italia lo siano meno) non è stato facile e non lo è tuttora. Conciliare la creatività ed i ritmi lavorativi di un gruppo di digital natives (fra l’altro volontari) con l’esigenza di promuovere delicatissime quanto necessarie forme di collaborazione intra ed inter-universitarie è un lavoro stimolante ma non facile.

In questo senso il Festival dei Blog di Urbino è molto diverso dalla Blog Fest di Riva del Garda (lo dico anche a beneficio della giornalista di Italia 1 che mi ha telefonato circa un mese fa).

Nessuno di noi è un professionista dell’organizzazione di eventi, il budget complessivo del Festival dei Blog ’07 è stato di molto inferiore a 10.000 euro e quello di quest’anno, grazie agli sponsor e alle donazioni dei singoli, non graverà che in piccolissima parte sulle tasche dell’istituzione che organizza l’evento.

Ovviamente nè io nè altri miei colleghi guadagna un euro dagli eventi “Conversazioni dal Basso”.

Però in esperienza, conoscenza di persone smart e visibilità abbiamo guadagnato nel corso di questi anni una cifra inestimabile.

Parte di questa cifra proviamo a restituirla alla comunità cercando con impegno di organizzare ogni anno eventi più interessanti, divertenti ed innovativi.

Fare la stessa cosa due volte non ci piace.

Ecco perchè nonostante il Treasure Hunt Wireless Game di ottobre 2007 sia stato molto divertente, abbiamo deciso di rilanciare con i Giochi Olimpici dei Blogger.

Ecco perchè abbiamo pensato di ospitare la prima Girl Geek Dinner non metropolitana affidandone l’organizzazione all’entusiasmo di quattro giovanissime ragazze geek.

Ecco perchè abbiamo proposto ad un gruppo di studenti di organizzare in completa autonomia il concorso fotografico “Living in a Wireless Campus”.

Ecco perché abbiamo deciso di sperimentare un format di BarCamp Accademico che fa della contraddizione fra questi due termini la sua stessa ragione di esistenza e nel farlo condensa simbolicamente in sè stesso lo spirito delle “Conversazioni dal Basso”.

Anche quest’anno sono sicuro che mi stancherò e mi divertirò.

Ci vediamo li?

P.S. Se stai leggendo questo articolo e sei una “blogstar” di quelle che vivono raccontando alle aziende le potenzialità della cultura partecipativa e del web, questo è il tuo momento per restituire qualcosa alla comunità. Partecipa e diffondi la campagna di auto-finanziamento 🙂

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Wii Fit… un prodotto geniale

Una recensione molto amatoriale e senza pretese della Wii Balance Board della NintendoUna recensione molto amatoriale e senza pretese della Wii Balance Board della NintendoUna recensione molto amatoriale e senza pretese della Wii Balance Board della Nintendo

Non ho altre parole per descrivere il mio primo impatto con il Wii Fit e non so bene da dove cominciare questa specie di recensione.
Unboxing the Wii Fit
Dopo l’unboxing la prima cosa da fare è inseire le 4 pile, mettere il disco nella console ed avviarlo. Schermata di configurazione
La pedana va sincronizzata con la console la prima volta che la si usa e l’operazione consiste nel premere due tastini con una procedura analoga a quella dei telecomandi. La pedana ha un bottone di accensione situato nella parte anteriore e tende a spegnersi da sola quando non utilizzata.
Schermata di configurazione
Poi inizia il divertimeno. Scelta del Mii e configurazione dei dati personali: altezza, data di nascita e peso (misurato dalla stessa pedana). Calcolato il tuo stato di forma (parte sulla quale nel mio caso tenderei a sorvolare 🙂 ) e la qualità della propria postura (con una misurazione del baricentro semplicemente geniale) si può impostare una serie di obiettivi personali e si inizia con gli esercizi. Ce ne sono di 4 tipi: yoga, esercizi per rafforzare la muscolatura, aerobici e giochi di equilibrio.
Quattro tipi di attività
Tutti le attività sono molto ben costruite e spiegate. Alcune oltre ad essere utili sono anche parecchio divertenti e mano mano che si spende tempo esercitandosi si sbloccano nuove attività ed esercizi.
Lo step
La mia preferita al momento è lo step ma anche lo jogging per il parco (che funziona senza pedana tenendo semplicemente il telecomando in tasca) è molto divertete.
Fantastico anche lo slalom, i copli di testa e tutti gli esercizi Yoga a partire dalla respirazione fino a tutti quegli altri che non sono riuscito ad eseguire (shame on me).
In definitiva la pedana Wii Fit ed il suo relativo software è un prodotto semplicemente geniale e non mi stupire di scoprire che possa davvero funzionare per migliorare il proprio stato di forma divertendosi.
LINK: Vai alla galleria di immagini su Flickr

Technorati tags: ,

Non ho altre parole per descrivere il mio primo impatto con il Wii Fit e non so bene da dove cominciare questa specie di recensione.

Unboxing the Wii Fit

Dopo l’unboxing la prima cosa da fare è inseire le 4 pile, mettere il disco nella console ed avviarlo. Schermata di configurazione

La pedana va sincronizzata con la console la prima volta che la si usa e l’operazione consiste nel premere due tastini con una procedura analoga a quella dei telecomandi. La pedana ha un bottone di accensione situato nella parte anteriore e tende a spegnersi da sola quando non utilizzata.

Schermata di configurazione

Poi inizia il divertimeno. Scelta del Mii e configurazione dei dati personali: altezza, data di nascita e peso (misurato dalla stessa pedana). Calcolato il tuo stato di forma (parte sulla quale nel mio caso tenderei a sorvolare 🙂 ) e la qualità della propria postura (con una misurazione del baricentro semplicemente geniale) si può impostare una serie di obiettivi personali e si inizia con gli esercizi. Ce ne sono di 4 tipi: yoga, esercizi per rafforzare la muscolatura, aerobici e giochi di equilibrio.

Quattro tipi di attività

Tutti le attività sono molto ben costruite e spiegate. Alcune oltre ad essere utili sono anche parecchio divertenti e mano mano che si spende tempo esercitandosi si sbloccano nuove attività ed esercizi.

Lo step

La mia preferita al momento è lo step ma anche lo jogging per il parco (che funziona senza pedana tenendo semplicemente il telecomando in tasca) è molto divertete.

Fantastico anche lo slalom, i copli di testa e tutti gli esercizi Yoga a partire dalla respirazione fino a tutti quegli altri che non sono riuscito ad eseguire (shame on me).

In definitiva la pedana Wii Fit ed il suo relativo software è un prodotto semplicemente geniale e non mi stupire di scoprire che possa davvero funzionare per migliorare il proprio stato di forma divertendosi.

LINK: Vai alla galleria di immagini su Flickr

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Non ho altre parole per descrivere il mio primo impatto con il Wii Fit e non so bene da dove cominciare questa specie di recensione.

Unboxing the Wii Fit

Dopo l’unboxing la prima cosa da fare è inseire le 4 pile, mettere il disco nella console ed avviarlo. Schermata di configurazione

La pedana va sincronizzata con la console la prima volta che la si usa e l’operazione consiste nel premere due tastini con una procedura analoga a quella dei telecomandi. La pedana ha un bottone di accensione situato nella parte anteriore e tende a spegnersi da sola quando non utilizzata.

Schermata di configurazione

Poi inizia il divertimeno. Scelta del Mii e configurazione dei dati personali: altezza, data di nascita e peso (misurato dalla stessa pedana). Calcolato il tuo stato di forma (parte sulla quale nel mio caso tenderei a sorvolare 🙂 ) e la qualità della propria postura (con una misurazione del baricentro semplicemente geniale) si può impostare una serie di obiettivi personali e si inizia con gli esercizi. Ce ne sono di 4 tipi: yoga, esercizi per rafforzare la muscolatura, aerobici e giochi di equilibrio.

Quattro tipi di attività

Tutti le attività sono molto ben costruite e spiegate. Alcune oltre ad essere utili sono anche parecchio divertenti e mano mano che si spende tempo esercitandosi si sbloccano nuove attività ed esercizi.

Lo step

La mia preferita al momento è lo step ma anche lo jogging per il parco (che funziona senza pedana tenendo semplicemente il telecomando in tasca) è molto divertete.

Fantastico anche lo slalom, i copli di testa e tutti gli esercizi Yoga a partire dalla respirazione fino a tutti quegli altri che non sono riuscito ad eseguire (shame on me).

In definitiva la pedana Wii Fit ed il suo relativo software è un prodotto semplicemente geniale e non mi stupire di scoprire che possa davvero funzionare per migliorare il proprio stato di forma divertendosi.

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Il 9 maggio vota David

Venerdì 9 maggio a Pesaro ci sarà “Conversazioni dal Basso ’08”.
Come lo scorso anno si parlerà di blog e social media.
A differenza dello scorso anno ci concentreremo su un solo argomento.
Il tema sarà “Come blog e social media cambiano la politica”.
Di questo tema, dell’evento e dei suoi partecipanti si parlerà abbondantemente nei prossimi giorni sul blog ufficiale.
In questo post voglio invece raccontarvi un dietro le quinte.
Quando con i miei colleghi abbiamo ideato “Conversazioni dal Basso” abbiamo sempre cercato di organizzare un evento che parlasse del basso facendolo dal basso. Questo essere dal basso (ovvero aperti all’esterno e all’ascolto) si è concretizzato ad aprile 2007 nell’invitare, prima Università in Italia, quattro blogger a raccontarci da protagonisti dell’evento il loro punto di vista interno al cambiamento sociale che stavamo osservando.
Da allora, grazie anche al Festival dei Blog che è seguito e tante altre piccole e grandi occasioni di collaborazione, abbiamo stretto con Giuseppe, Luca, Massimo (che a dire il vero è un giornalista più che un blogger) e Lele una preziosa e divertente forma di scambio continuo.
Per il 2008 abbiamo deciso di dare a dal basso un significato se possibile ancora più radicale organizzando il workshop stesso, oltre che con i nostri amici blogger, anche con alcuni nostri studenti.
Thomas, Miriam, Arianna, Sara, Paola, Edoardo, Anna, Serena, Michele ed Antonio porteranno a cdb il loro diverso punto di vista, renderanno l’esperienza più interessante per noi e forse anche l’evento più vicino alle esigenze ed interessi degli studenti. Forse impareranno anche qualcosa su come si organizza un evento. Forse si divertiranno persino.
Il loro entusiasmo contagioso per ora si è materializzato negli oltre 150 messaggi che ci siamo scambiati in pochissimi giorni nello spazio di collaborazione online (un BaseCamp per chi fosse interessato) ed in questa straordinaria galleria di divertenti idee creative che adornano questo post su come personalizzare il logo di “Conversazioni dal Basso” per il seminario del 9 Maggio.
Io lavorerei sull’idea di Thomas di David come simbolo elettorale (in alto a destra).
E voi quale piace di più?

Volete provarci anche voi? Scaricate David in vettoriale (.ai) e buon divertimento.

State of the Bet

Durante la due giorni di Udine ho avuto la conferma che lo stato della rete in Italia è una scommessa sulla quale dovremmo puntare il nostro futuro.

Qui non si tratta solo di computer, di cavi (o wireless) e neanche di social software o Web 2.0.

Si tratta piuttosto di fiducia.

Scommettere, ovvero assumersi il rischio di una qualsiasi impresa, è il primo passo per il successo e tutti gli amici arrivati dagli Stati Uniti lo hanno spiegato come meglio non si poteva. Quello che manca in Italia oggi è la fiducia nelle possibilità di riuscire. E senza fiducia, come dice un autore che mi è caro, non ci si potrebbe neppure "alzare dal letto ogni mattina". Saremmo assaliti da "una paura indeterminata e da un panico paralizzante".

Fiducia significa credere all’altro "di default" come qualcuno ha detto rispetto a quanto avviene ogni giorno fra gli imprenditori di Silicon Valley e verificare questa apertura di credito in corso d’opera. Significa creare legami di trust facili da creare e, se necessario, da cancellare.

Penso che riunire persone disposte ad accettare le scommesse in Italia sia oggi importante.

Per questo voglio ringraziare di cuore Paolo e Sergio per aver organizzato con cura, competenza ed impegno State of The Net.

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Verso una teoria matematica del dating online

Dunque Badoo conta ad oggi 1.840.475 utenti italiani di cui 1.220.312 (66,30%) maschi [6.200 gay] e 620.166 (33,69%) femmine [10.789 lesbiche].

Facebook conta 194.500 utenti italiani di cui 64.100 (32,95%) maschi e 59.820 (30,75%) femmine.

Se ne deduce che:

1) Se sei M in cerca di F ti conviene Facebook;

2) Se sei F in cerca di M (o di attenzioni) ti conviene Badoo;

3) Se sei M in cerca di M Badoo può funzionare meglio di Facebook;

4) Se sei F in cerca di F ti conviene Badoo.

A parte gli scherzi Badoo è un fenomeno sociale in Italia e mi piacerebbe comprendelo meglio. Penso possa dirci molto sulla via italiana al Farsi Media.

Chi mi vuole dare una mano? Colleghi interessati o utenti che desiderino raccontare la loro esperienza sono i benvenuti. Farsi vivi nei commenti o attraverso il mio indirizzo di posta elettronica.

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Recensione iRobot Roomba 530

Fra i regali portati da Babbo Natale ieri è arrivato anche un Roomba dell’iRobot.
Christmas Rooma Tree In particolare il modello 530 che contiene nella confezione oltre all’aspirapolvere stessa un muro virtuale (senza le necessarie batterie per il suo funzionamento) ed alcuni pezzi di ricambio.
Fino a questo momento l’oggetto è stato in grado di guadagnarsi il rispetto e persino la simpatia dei miei genitori. L’ultima aspirapolvere non era stata in grado di arrivare a tanto in anni di onorato servizio 🙂
L’utilizzo dell’oggetto è piuttosto semplice.
Praticamente c’è un bottoneRoomba 530 User Interface CLEAN dal quale si può attivare il ciclo di pulizia, metterlo in pausa o spegnere il Roomba (un pochino diverso dovrebbe essere il modello di 560 che ha in più le funzioni di scheduling).
La ricarica iniziale stando alle istruzioni sarebbe dovuta durare 16 ore ma in realtà dopo un paio d’ore la batteria risultava completamente carica.
Roomba si muove in una stanza iniziando con un movimento a spirale che inizia a modificarsi non appena viene incontrato il primo ostacolo e da quel momento diventa regolato da un algoritmo segreto che secondo quanto afferma iRobot massimizza le possibilità di copertura dell’intera area di una stanza.
Roomba in its dockLa durata del ciclo di pulizia è decisa autonomamente da Roomba ed una volta terminato si accende una spia che indica che l’aspirapolvere ha iniziato la ricerca della sua base per andare a ricaricarsi. Una volta individuata la base (che emette un raggio infrarossi di un metro di larghezza per tre di lunghezza) Roomba inizia le operazioni di parcheggio, si connette alla base ed inizia la ricarica.
Ogni 3/4 cicli di pulizia è necessario pulirlo e svuotare il cassettino. Operazioni piuttosto semplici ma che Roomba or UFOportebbero risultare noiose a lungo andare.
Pur avendo letto recensioni in genere positive devo ammettere che avevo qualche dubbio sull’effettiva capacità di questo apparecchio di assolvere alla sua funzione principale (no non quella di sostituire l’animale domestico).
In realtà il Roomba è un buon aspirapolvere automatico, ha dimostrato una sorprendente capacità di cavarsela in situazioni difficili (cavi), un’ottima versatilità nell’infilarsi negli angoli più reconditi delle stanza (sotto i mobili della cucina, letti e comodini – necessita di 11 cm minimo di altezza). Il tempo che dedica alla pulizia può essere sensibilmente più lungo rispetto a quello che potrebbe fare un essere umano ma visto che il tempo è il suo e non di un essere umano questo aspetto si ripercuote negativamente solo sul consumo totale di energia che credo sia tutto sommato in linea con aspirapolvere di analoga potenza.
In conclusione si tratta di un prodotto da consigliare.
Personalmente penso che lo comprerò per casa mia e, quando uscirà in Italia, lo affiancherò ad uno Scooba per il lavaggio dei pavimenti.


Fra i regali portati da Babbo Natale ieri è arrivato anche un Roomba dell’iRobot.

Christmas Rooma Tree In particolare il modello 530 che contiene nella confezione oltre all’aspirapolvere stessa un muro virtuale (senza le necessarie batterie per il suo funzionamento) ed alcuni pezzi di ricambio.

Fino a questo momento l’oggetto è stato in grado di guadagnarsi il rispetto e persino la simpatia dei miei genitori. L’ultima aspirapolvere non era stata in grado di arrivare a tanto in anni di onorato servizio 🙂

L’utilizzo dell’oggetto è piuttosto semplice.

Praticamente c’è un bottoneRoomba 530 User Interface CLEAN dal quale si può attivare il ciclo di pulizia, metterlo in pausa o spegnere il Roomba (un pochino diverso dovrebbe essere il modello di 560 che ha in più le funzioni di scheduling).

La ricarica iniziale stando alle istruzioni sarebbe dovuta durare 16 ore ma in realtà dopo un paio d’ore la batteria risultava completamente carica.

Roomba si muove in una stanza iniziando con un movimento a spirale che inizia a modificarsi non appena viene incontrato il primo ostacolo e da quel momento diventa regolato da un algoritmo segreto che secondo quanto afferma iRobot massimizza le possibilità di copertura dell’intera area di una stanza.

Roomba in its dockLa durata del ciclo di pulizia è decisa autonomamente da Roomba ed una volta terminato si accende una spia che indica che l’aspirapolvere ha iniziato la ricerca della sua base per andare a ricaricarsi. Una volta individuata la base (che emette un raggio infrarossi di un metro di larghezza per tre di lunghezza) Roomba inizia le operazioni di parcheggio, si connette alla base ed inizia la ricarica.

Ogni 3/4 cicli di pulizia è necessario pulirlo e svuotare il cassettino. Operazioni piuttosto semplici ma che Roomba or UFOportebbero risultare noiose a lungo andare.

Pur avendo letto recensioni in genere positive devo ammettere che avevo qualche dubbio sull’effettiva capacità di questo apparecchio di assolvere alla sua funzione principale (no non quella di sostituire l’animale domestico).

In realtà il Roomba è un buon aspirapolvere automatico, ha dimostrato una sorprendente capacità di cavarsela in situazioni difficili (cavi), un’ottima versatilità nell’infilarsi negli angoli più reconditi delle stanza (sotto i mobili della cucina, letti e comodini – necessita di 11 cm minimo di altezza). Il tempo che dedica alla pulizia può essere sensibilmente più lungo rispetto a quello che potrebbe fare un essere umano ma visto che il tempo è il suo e non di un essere umano questo aspetto si ripercuote negativamente solo sul consumo totale di energia che credo sia tutto sommato in linea con aspirapolvere di analoga potenza.

In conclusione si tratta di un prodotto da consigliare.

Personalmente penso che lo comprerò per casa mia e, quando uscirà in Italia, lo affiancherò ad uno Scooba per il lavaggio dei pavimenti.

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Fra i regali portati da Babbo Natale ieri è arrivato anche un Roomba dell’iRobot.

Christmas Rooma Tree In particolare il modello 530 che contiene nella confezione oltre all’aspirapolvere stessa un muro virtuale (senza le necessarie batterie per il suo funzionamento) ed alcuni pezzi di ricambio.

Fino a questo momento l’oggetto è stato in grado di guadagnarsi il rispetto e persino la simpatia dei miei genitori. L’ultima aspirapolvere non era stata in grado di arrivare a tanto in anni di onorato servizio 🙂

L’utilizzo dell’oggetto è piuttosto semplice.

Praticamente c’è un bottoneRoomba 530 User Interface CLEAN dal quale si può attivare il ciclo di pulizia, metterlo in pausa o spegnere il Roomba (un pochino diverso dovrebbe essere il modello di 560 che ha in più le funzioni di scheduling).

La ricarica iniziale stando alle istruzioni sarebbe dovuta durare 16 ore ma in realtà dopo un paio d’ore la batteria risultava completamente carica.

Roomba si muove in una stanza iniziando con un moviment
o a spirale che inizia a modificarsi non appena viene incontrato il primo ostacolo e da quel momento diventa regolato da un algoritmo segreto che secondo quanto afferma iRobot massimizza le possibilità di copertura dell’intera area di una stanza.

Roomba in its dockLa durata del ciclo di pulizia è decisa autonomamente da Roomba ed una volta terminato si accende una spia che indica che l’aspirapolvere ha iniziato la ricerca della sua base per andare a ricaricarsi. Una volta individuata la base (che emette un raggio infrarossi di un metro di larghezza per tre di lunghezza) Roomba inizia le operazioni di parcheggio, si connette alla base ed inizia la ricarica.

Ogni 3/4 cicli di pulizia è necessario pulirlo e svuotare il cassettino. Operazioni piuttosto semplici ma che Roomba or UFOportebbero risultare noiose a lungo andare.

Pur avendo letto recensioni in genere positive devo ammettere che avevo qualche dubbio sull’effettiva capacità di questo apparecchio di assolvere alla sua funzione principale (no non quella di sostituire l’animale domestico).

In realtà il Roomba è un buon aspirapolvere automatico, ha dimostrato una sorprendente capacità di cavarsela in situazioni difficili (cavi), un’ottima versatilità nell’infilarsi negli angoli più reconditi delle stanza (sotto i mobili della cucina, letti e comodini – necessita di 11 cm minimo di altezza). Il tempo che dedica alla pulizia può essere sensibilmente più lungo rispetto a quello che potrebbe fare un essere umano ma visto che il tempo è il suo e non di un essere umano questo aspetto si ripercuote negativamente solo sul consumo totale di energia che credo sia tutto sommato in linea con aspirapolvere di analoga potenza.

In conclusione si tratta di un prodotto da consigliare.

Personalmente penso che lo comprerò per casa mia e, quando uscirà in Italia, lo affiancherò ad uno Scooba per il lavaggio dei pavimenti.

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Nuovo sistema di commenti

Ieri dopo aver letto questo post di Scoble ho provato ad installare Disqus.
Si tratta in pratica di un nuovo sistema di commenti che consente lo svilupparsi di thread strutturati (come in un forum di discussione) nei commenti dei post.
Il sistema è in funzione nei post nuovi o in quelli che non avevano alcun commento. Negli altri post ho lasciato in piedi il vecchio sistema.
L’idea alla base di Disqus è piuttosto semplice (in pratica i commenti sono ospitati da un forum e mostrati selettivamente in calce ai post) ma alle volte le cose semplici possono anche funzionare.
Provatelo e fatemi sapere se funziona e se vi piace.

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Come volevasi dimostrare

 
How we fooled “the adults myspace” (Originally uploaded by FG@flickr.com
)

Le locandine esposte fuori dalle edicole sono sicuramente l’espressione più pura del “My Space per Adulti™”.

Questa foto rappresenta il risultato dello scherzo che avevo annunciato qualche giorno fa.

Il seminario è stato molto seguito da un pubblico attento e silenzioso di almeno una sessantina di studenti di Scienze della Comunicazione ed Informatica Applicata (ma ho riconosciuto anche alcuni studenti di economia, i tecnici della facoltà ed alcuni blogger). La struttura domanda/risposta a quattro voci ha funzionato a mio avviso particolarmente bene ed i video del prof. Welsh hanno fatto il resto.

Alla fine ho proprio la sensazione che si sia riusciti a restituire lo spirito del Web 2.0 nella forma della conversazione oltre che nei contenuti trattati.

Abbiamo parlato di Web 2.0 in generale, di social software, di rapporto fra conversazioni dal basso e MySpace per adulti, di Web 2.0 in ambito politico, aziendale ed universitario.

Molto interessanti anche le domande finali poste dagli studenti (relative alla spontaneità nel rapporto col pubblico di un blogger di successo e alla incomprensione fra logiche dei mezzi di comunicazione di massa e blog).

Purtroppo non abbiamo alcuna registrazione della cosa (shame on me).

Luca Conti ha però promesso agli studenti e agli interessanti che molti dei materiali utilizzati durante il seminario saranno resi disponibili sul blog che ha deciso di dedicare alle esperienze didattiche in corso.

Facciamo uno scherzo al "myspace per adulti"™?

La dialettica fra conversazioni dal basso e “myspace per adulti” è stata più che mai viva di recente.
Giornali, settimanali e TV non hanno mancato occasione per fare bella mostra della loro ignoranza rispetto al rapporto fra giovani ed Internet cercando e trovando continui collegamenti fra fatti di cronaca nera e contenuti generati dagli utenti (di solito le persone coinvolte).
L’idea neanche tanto velata che viene fuori è che vi sia un rapporto fra l’uso di Internet e questi episodi di violenza.
Ora il fatto che il “myspace per adulti”cclogocircle.png non abbia mai visto di buon occhio le nuove tecnologie non è certo una novità (si pensi agli articoli sui videogames degli anni ’80) né una specificità italiana (si pensi al caso degli adescatori di ragazzini via MySpace negli Stati Uniti).
Ho però come la sensazione che in questa incapacità di comprendere il cambiamento si incrocino in Italia due dimensioni. La prima è quella della paura del nuovo, la seconda è quella generazionale.
In una società dove tutti i posti di potere sono solo “per adulti” le due dinamiche tendono ad incrociarsi e l’incomunicabilità generazionale si acuisce. MySpace (ma direi i social networks e a volte lo spazio di rete tout court) viene vissuto dai giovani come uno spazio generazionale che andrebbe protetto e preservato dall’invasione degli adulti. Sul versante opposto, il “myspace per adulti” raggiunge lo stesso obiettivo di auto-isolamento rendendosi sempre più progressivamente irrilevante per il pubblico giovane che passa sempre meno ore davanti alla TV e sempre più tempo con i propri amici nello spazio mediato di rete.
Forse entrambe la parti dovrebbero imparare ad ascoltarsi a vicenda ma non va dimenticato che esiste una forte asimmetria nell’accesso alle posizioni di potere. In altri termini le iniziative per favorire il dialogo devono arrivare dal “myspace per adulti” perché l’altro lato non ha né la forza né la voglia di farlo.
Tutto il progetto “Conversazioni dal Basso” nasce con lo scopo di favorire questa forma di conversazione.
Abbiamo iniziato leggendo e poi iniziando a scrivere blog.
Frequentando oltre alle conferenze anche le non-conferenze.
Ad aprile a Pesaro abbiamo aperto le porte del “myspace per adulti”cclogocircle.png accademico facendo salire in cattedra chi poteva raccontarci (con le parole ma anche con lo stile) il cambiamento che stava avvenendo là fuori meglio di molti eminenti studiosi.
Ad ottobre a Urbino abbiamo provato a mettere insieme i due mondi con un Festival bifronte che sapesse parlare il linguaggio delle Hit, delle classifiche e dei premi propri del “myspace per adulti” (dove non solo metaforicamente conta solo arrivare uno) e quello dell’ibridazione fra spazio geografico e di rete proprio dei ragazzi che frequentano e frequenteranno le nostre aule universitarie.

Dallo scorso anno il corso di laurea in Scienze della Comunicazione ha inserito nel proprio piano di studi (fra lo stupore e gli sguardi interrogativi di molti colleghi) un insegnamento di “Laboratorio di Web 2.0”.
Per festeggiare al meglio l’edizione 2007/2008 di questo insegnamento e dare il benvenuto al nuovo docente, abbiamo deciso di organizzare un piccolo evento in stile “pillole di Conversazioni dal Basso”.
Il primo giorno di lezione, venerdì 30 novembre alle ore 9, chiederemo a Luca Conti di riuscire, nel corso di due sole ore, nella difficilissima impresa di rispondere nel modo più esauriente e chiaro possibile alle seguenti due domande:

  1. Cos’è il Web 2.0?
  2. Come cambieranno (o sono cambiate) Internet, la società e le persone in seguito all’utilizzo dei social software?

Ad aiutarlo, organizzando la chiacchierata e facendo domande, ci saranno (oltre agli studenti di Scienze della Comunicazione e di Informatica Applicata) Giovanni Boccia Artieri, Alessandro Bogliolo (responsabile del progetto Urbino Wireless Campus) ed io.
Ma un evento “pillole di conversazioni dal basso” che si rispetti non poteva fermarsi qui.
Per questo abbiamo pensato ad un invito molto speciale indirizzato al “myspace per adulti”cclogocircle.png.
Eccovi il testo che diffonderemo (e che vi invitiamo a diffondere ai vostri contatti nel “myspace per adulti”) a partire da lunedì nella tradizionale forma del comunicato stampa.

Alcuni recenti episodi di cronaca hanno attirato l’attenzione di televisioni, quotidiani e settimanali sul mondo della rete e sui comportamenti devianti della generazione che usa quotidianamente Internet.

Per la prima volta, anche in Italia, i mezzi di comunicazione di massa aprono agli adulti una finestra di visibilità sullo sconosciuto e a volte inquietante ambiente in cui i loro figli spendono molte ore al giorno compiendo azioni che per molti genitori rimangono misteriose ed inaccessibili.

Dall’assassinio di Meredith a Perugia fino alla strage compiuta da uno studente finlandese in un istituto scolastico, dal blog del tifoso laziale ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia fino alle macabre riprese dei compagni della studentessa travolta ed uccisa da un autobus, tutto lascia supporre un legame fra l’uso di Internet ed i comportamenti devianti delle giovani generazioni.

Ma esiste davvero una relazione fra l’anonimato consentito dall’uso dei personal computer come mezzo di comunicazione e la devianza giovanile? Come cambia l’idea di privato quando la logica del reality diventata propria di un’intera generazione? Cosa ci riserva il futuro in un mondo in cui tutti dispongono di un megafono e sono pronti ad usarlo per dire qualunque cosa gli passi per la testa? Cosa ne sarà della nostra cultura quando gli esperti vengono sostituiti da una massa di non professionisti come nel caso di Wikipedia o delle diverse forme di giornalismo dal basso?

Di questo e di altri temi discuteranno Venerdì 30 Novembre dalle 9 alle 11 presso l’aula B1 della Facoltà di Sociologia Luca Conti (conversational media consultant e autore del blog Pandemia), Giovanni Boccia Artieri (presidente del corso di Laurea in Scienze della Comunicazione e docente di Sociologia dei New Media), Alessandro Bogliolo (coordinatore del progetto Urbino Wireless Campus e docente di Sistemi di elaborazione delle informazioni) e Fabio Giglietto (docente di Teoria dell’Informazione).

L’incontro è promosso e organizzato dal corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” in occasione della prima lezione dell’edizione 2007/2008 dell’insegnamento, primo e unico in Italia, di “Laboratorio di Web 2.0”.

QUANDO: 30 NOVEMBRE 2007 ORE 9-11
DOVE: AULA B1 / VIA SAFFI, 15 – 61029 URBINO (PU)

 

Scarica la versione in PDF da inviare come allegato, stampare o inviare via fax.

 

Ci aiutate a fare questo scherzo al “myspace per adulti”cclogocircle.png?

Se vuoi vedere, impara ad agire

Oggi ho ricevuto un paio di email da Elisabetta e Maria Chiara (conosciute a York) che mi hanno invitato a scrivere qualche riga (ma massimo 200 parole) sulle mie presunte abilità etiche nel gestire l’identità in rete.
Per abilità etiche loro intendono

such abilities refer to the adoption of a code that governs the expectations of social behaviour within the network society. The possibility of assuming multiple context-dependent and also anonymous identities, calls for the definition of proper solutions for the management of digital identities, the reputation management, the implementation of technological security in communication as well as in the management of contents and relations.

Allora ci provo…
(le 200 parole iniziano dalla prossima riga, quelle di prima non contano!)
La prima cosa che mi viene in mente è che cerco di comportarmi in rete come faccio fuori. L’abilità uno consiste dunque nel comprendere che la rete non è uno spazio dove costruire nuove identità, ma piuttosto uno spazio dove sperimentare ed articolare la propria identità.
Ciascuno di noi può infatti avere sempre e solo una identità: la propria. Le esperienze che possiamo fare in rete fingendoci dell’altro sesso, più giovani o più vecchi, più belli o più brutti retroagiranno sempre sulla nostra identità auto-percepita.
Se da una parte abbiamo questa unitarietà strutturale, dall’altra abbiamo un’ineliminabile molteplicità. Ogni persona con cui entriamo in contatto può farsi un’idea della nostra identità. In questo senso dobbiamo rassegnarci all’evidenza che la nostra identità sarà sempre necessariamente multipla.
Dunque l’abilità numero due è “sappi di essere uno ed accetta di essere molti”.
Infine la terza abilità riguarda specificamente lo spazio di rete. Le tracce che consentono agli altri di farsi un’idea della nostra identità (e quelle che consentono a noi di osservare gli altri) diventano permanenti, replicabili, ricercabili ed esposte ad un pubblico indistinto (Danah Boyd). Bisogna essere consapevoli dell’azione di queste quattro proprietà per poter gestire al meglio la propria reputazione in rete.
(fine delle 200 parole)
Mi rendo conto che 200 parole non sono sufficienti per parlare di un tema così straordinariamente affascinante. Vorrà dire che mi rifarò durante la cena corredata da buon vino che mi è stata promessa 😉

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